
MPB incontra: La fotografa di sport estremi Hannah Bailey
Pubblicato 25 aprile 2022 da MPB
Conosciuta soprattutto per la sua fotografia di skateboarding, la pluripremiata fotografa di sport outdoor e d’azione Hannah Bailey parla con MPB del suo setup fotografico, di come si affrontano gli sport d’avventura e delle immagini vincitrici ai World Sports Photography Awards 2021. Da sempre, Hannah porta avanti una missione chiara: usare la fotografia per mettere in discussione la narrazione dei media e raccontare immagini autentiche e ispiranti delle donne nel mondo degli sport outdoor e d’azione. Oggi lavora per ridurre il divario dietro l’obiettivo, invitando sempre più persone a scattare e incoraggiando una fotografia d’azione più creativa, inclusiva e ricca di punti di vista. A te la parola, Hannah.

MPB: Puoi raccontarci il tuo percorso come fotografa? Cosa ti ha spinto a intraprendere una carriera nella fotografia sportiva?
HB: In realtà sono arrivata quasi per caso alla fotografia di sport d’azione come parte del mio lavoro. Più di dieci anni fa lavoravo nella comunicazione nel settore degli sport action e outdoor. Partecipavo spesso a eventi e competizioni e notavo come il lato femminile venisse sistematicamente messo in ombra o addirittura ignorato dall’industria e dai media. La fotografia per me era uno sfogo creativo e avevo sempre una macchina con me. All’inizio era una Lomography LCA o un fisheye, più per gioco che altro. Così ho iniziato a fotografare le atlete, le competizioni femminili e a provare anche a intervistarle, proponendo poi questi contenuti ai media. Un esempio importante risale al 2013, quando sono andata agli X Games di Barcellona. In quell’edizione avevano reintrodotto lo skateboard park femminile e la lineup era incredibile, con vere leggende di ieri e di oggi, da Elissa Steamer a Karen Jonz, da Mimi Knoop a Lizzie Armanto. Mi sono imbattuta per caso in una sessione di allenamento e sono stata invitata a intervistare tutte le atlete che volevo. È successo grazie a Kim Woozy di Mahfia TV, che aveva creato una piattaforma globale dedicata agli sport estremi femminili ed era aperta a collaborare con chiunque volesse dare visibilità e supporto alla scena.
Credevo che ciò che stavo vedendo negli sport d’azione femminili meritasse uno spazio e una visibilità che, in quel periodo, semplicemente non riceveva. Allo stesso tempo riconoscevo il forte potere visivo degli action sports, capace di entrare nei media mainstream e spingerli a riflettere su come venivano rappresentate le donne. Da qui è nata la mia missione: usare la fotografia per mettere in discussione i media e incoraggiarli a mostrare immagini autentiche e ispiranti delle donne, immagini che ero convinta esistessero già nel mondo degli sport outdoor e d’azione.
Da allora sono passati dieci anni fatti di storie, esperienze e insegnamenti. Più recentemente, però, la mia attenzione si è spostata sul ridurre il divario dietro l’obiettivo, cercando di invitare più persone a fotografare questi sport, così da avere una rappresentazione più creativa, varia e inclusiva di punti di vista.

MPB: Puoi raccontarci l’immagine vincitrice Bridging the Gap, To Balance is Trust, premiata nella categoria “Urban and Extreme” ai World Sports Photography Awards? Che attrezzatura hai utilizzato per realizzare questo scatto?
HB: Questo scatto è stato realizzato alla fine dell’estate del 2020, dopo l’allentamento del primo lockdown. Da molti anni avevo annotato sul mio taccuino l’idea di invitare una skateboarder a vivere un’avventura in una delle zone più remote della Scozia continentale, le Highlands nord-occidentali. È un’area che ho attraversato spesso nel corso degli anni e mi sono sempre chiesta come sarebbe stata vista attraverso lo sguardo di una skateboarder. Si tratta di un ambiente selvaggio, con pochissimo sviluppo umano o superfici in cemento, quindi una vera sfida per chi va in skate. Ma sapevo che esistevano alcuni spot e intuivo che avrebbe potuto nascere qualcosa di speciale. Gli skateboarder amano i “mai fatti prima”. Così ho invitato una mia amica, la leggendaria skateboarder britannica Helena Long, a unirsi a me in questo viaggio. Abbiamo esplorato insieme per cinque giorni meravigliosi. Da Talmine Pier a Skerray Harbour, da Drumbeg a Crask, Helena ha osservato questi luoghi con occhi nuovi, guidata dall’istinto e dalla curiosità di una skateboarder. Io ero lì per raccontare tutto attraverso le immagini, ma anche per portare con me il mio legame personale con questo territorio.
Lo scatto vincitore della categoria “Urban and Extreme” è stato realizzato all’inizio del nostro viaggio, sotto una delle arcate del Kylesku Bridge, che attraversa il Loch a’ Chàirn Bhàin, con il Quinag che si staglia sullo sfondo. Un luogo incredibile. Era molto più grande di quanto avessimo immaginato, persino per me che l’avevo attraversato molte volte. Helena ha dovuto arrampicarsi con cautela su una pila di pietre instabili per raggiungere il punto giusto con lo skate. Ho fotografato la scena con una Canon EOS 5D Mark IV e un obiettivo 16-35mm f/2.8 L USM alla massima apertura grandangolare. Io ero accovacciata tra le rocce, letteralmente divorata dai moscerini, ma ne è valsa la pena. In quel momento non sapevo se fossi riuscita davvero a catturare una scena così complessa. Ciò che rende speciale questa immagine è il fatto che, mentre io ero concentrata sul paesaggio e sull’ambiente davanti a me, Helena stava facendo lo stesso con il suo skate. È stato questo allineamento di visioni a far funzionare tutto e a rendere possibile lo scatto.

MPB: Che fotocamera e che attrezzatura utilizzi? E quanto è importante per te l’equipaggiamento nel tuo lavoro di fotografa?
HB: Come creativa, credo fermamente che non serva sempre tutta l’attrezzatura possibile, ma prima di tutto un’idea. È fondamentale trovare un equipaggiamento che funzioni davvero per te, che ti permetta di fotografare ciò che ti ispira, senza farti confondere o appesantire dalla tecnologia disponibile. Non voglio sentirmi limitata o sotto pressione a causa dell’attrezzatura, perché è l’aspetto creativo della fotografia quello che amo di più. Con l’aumento delle opportunità di lavoro, grazie a riconoscimenti, premi, grant o collaborazioni con i brand, ho però iniziato a concentrarmi sempre di più sulla qualità del mio lavoro e sull’importanza di raccontare gli sport che amo nel miglior modo possibile. Mi sento molto fortunata a poter lavorare spesso su progetti editoriali e creativi, perché questo mi permette di creare immagini che vorrei vedere io stessa. E, sempre più spesso, voglio vederle in grande formato. Attualmente scatto con una Sony A7R III, utilizzando due dei miei obiettivi preferiti: 85mm f/1.4 GM e il 35mm f/1.4 GM.
Per la serie più ampia To Balance is Trust, pubblicata lo scorso anno in concomitanza con le Olimpiadi e che include anche lo scatto del ponte con Helena, ho fotografato l’intero progetto con questo setup. Per le immagini d’azione ho cercato di restituire la prospettiva dell’occhio umano, utilizzando un tempo di scatto rapido con il 35mm. Per i ritratti, invece, mi sono avvicinata molto ai soggetti, lavorando con l’85mm e un’ampia apertura per isolare le persone e creare intimità.

MPB: Qual è lo sport che preferisci fotografare e perché?
HB: Devo sempre fare un cenno allo skateboarding, perché questa disciplina, le persone e la comunità che la circondano mi hanno regalato tantissime storie e avventure. Ed è anche ciò che mi ha fatto iniziare. Lo scorso anno sono stata ad Atene per supportare Free Movement Skateboarding, una ONG che offre programmi dedicati a rifugiati e giovani in situazioni di vulnerabilità. Un giorno mi trovavo in un orfanotrofio, a fotografare bambini che si divertivano e imparavano grazie allo skateboarding, e lì ho visto con i miei occhi il potere che una semplice tavola di legno con quattro ruote può avere nel cambiare vite e creare opportunità. Pochi giorni dopo, insieme a un mio amico, Will, fondatore dell’organizzazione, mi sono ritrovata nello stadio abbandonato di canoa slalom delle Olimpiadi del 2004. Ho fotografato Will e il suo gruppo mentre facevao skate su quel cemento dimenticato e decadente, ridandogli una funzione che non aveva più avuto per quasi vent’anni.
Fotografare lo skateboarding può regalare avventure incredibili e mi dà molta speranza, soprattutto per le persone straordinarie che ne fanno parte. Più in generale, al di là dello skate, ciò che amo di più degli sport outdoor e d’azione è la loro cultura e le persone che li vivono, spesso impegnate a usarli come strumenti di valore ambientale e sociale.

MPB: Quanto è importante comprendere a fondo lo sport che stai fotografando?
HB: Negli sport outdoor e d’azione più autentici, come lo skateboarding, è fondamentale esserci per le ragioni giuste. È un ambiente molto sensibile a questo aspetto. Credo sia altrettanto importante avere chiara la missione della propria fotografia e capire cosa si vuole portare alla scena, quale contributo si desidera dare. Nel mondo dello skate sono sempre stata un po’ una fotografa fuori dagli schemi, raramente inclusa nelle riviste di settore e lontana da un approccio “core” tradizionale. Nutro però un enorme rispetto per chi lavora in quel modo, come Leo Sharp e Jenna Selby nel Regno Unito. Per me, invece, la missione nella fotografia di skate e, più in generale, negli sport d’azione è sempre stata quella di dare visibilità alla scena femminile e invitare più persone a farne parte. Questo mi ha spinta a cercare nuove piattaforme e modi diversi di raccontare visivamente lo “sport”, oltre a sostenere storie e comunità differenti, come Melanin Skate Gals and Pals o Neighbourhood Skate Club.

Non mi limito a fotografare gli sport outdoor e d’azione: li pratico anche in prima persona. Amo fare snowboard, splitboard, trail running ed escursioni. Inoltre lavoro nella comunicazione nel settore e gestisco un gruppo di interesse comunitario in Scozia per incoraggiare più persone ad avvicinarsi a queste attività. Quando qualcosa ti appassiona davvero, finisci per essere coinvolta a 360 gradi.

MPB: Com’è fotografare gli atleti in azione?
HB: È raro che il nostro sport si svolga in un’arena o in un contesto davvero competitivo. Tuttavia, le cose stanno cambiando, e questo è legato in gran parte alle Olimpiadi. A causa della pandemia e delle restrizioni di Tokyo, non conosco fotografe di skate che siano riuscite a essere presenti per documentare quel momento storico. È stato deludente. Per quanto mi riguarda, fotografare le competizioni ha significato soprattutto seguire la scena nel tempo e osservarne la crescita fino al debutto olimpico. Ero presente alla prima edizione della Street League Skateboarding che ha incluso le donne, nel 2015, sì, solo allora. È stato emozionante e anche un po’ stressante vedere le atlete esibirsi davanti a un pubblico enorme, qualcosa a cui non erano ancora abituate e che ha richiesto alcuni anni per diventare naturale.
Ricordo che nel 2016 sono andata a Los Angeles per fotografare la Street League per i-D magazine e registrare un podcast per il BBC World Service. Mentre ero sullo skatepark a scattare, ho avuto un vero e proprio “momento Google Earth”: ho immaginato di zoomare fuori dallo stadio fino a rendermi conto di quanto fossi lontana dalla Scozia e di quanta strada avessi fatto. Ero a bordo campo insieme ad altre due fotografe di skateboarding e ci siamo date una grande carica lavorando fianco a fianco. È stato un momento importante, perché ci siamo rese conto che, con la crescita della scena skate femminile, sarebbe cresciuto anche tutto ciò che c’è dietro le quinte e che sempre più donne sarebbero finite dietro l’obiettivo. Era una prospettiva davvero entusiasmante.

MPB: Parliamo di donne, sport e fotografia. In un settore spesso considerato dominato dagli uomini, sia sul campo sia dietro la macchina fotografica, le donne stanno finalmente mettendo in discussione la narrazione patriarcale della fotografia. Com’è, per te, lavorare in questo settore come donna?
HB: Parlando della scena in generale, e non solo delle fotografe al suo interno, fino a poco tempo fa avevamo una nostra industria, più nascosta, che cresceva in modo autonomo. Le donne negli sport d’azione, davanti e dietro le quinte, hanno lavorato insieme per decenni, se non di più, per creare opportunità, autofinanziare progetti video, condividere conoscenze, scattare fotografie, organizzare eventi e costruire ciò che oggi è la scena degli sport d’azione femminili.
Nel settore più ampio è sempre stato difficile ottenere supporto, sia economico sia a livello di marketing. E, in parte, lo è ancora oggi. Nello skateboarding, questa scena indipendente ha portato a un forte aumento della partecipazione di ragazze e donne e, più recentemente, ha aperto le porte anche ad altre comunità, come quelle BIPOC e Queer, grazie al lavoro di molte straordinarie realtà grassroots impegnate a creare spazi sicuri e inclusivi. Tutto questo è stato infine assorbito dalla scena più ampia, anche se non senza difficoltà e sfide ancora aperte.
Come fotografe, continuiamo a lottare per avere opportunità ed equità, soprattutto quando si parla di compensi e di incarichi ufficiali. So bene che questo rientra in un problema più ampio legato alla diversità. Credo però che oggi brand e media stiano iniziando a guardare con più attenzione alle proprie pagine e campagne, cercando spazio per nuove persone davanti all’obiettivo e cominciando finalmente a ragionare allo stesso modo anche dietro la macchina fotografica. Il cambiamento è in corso, anche se la strada da fare è ancora lunga.

MPB: Che consiglio daresti alle giovani donne che vogliono entrare in questo settore?
HB: Direi, prima di tutto, di credere in se stesse e prendere tutto sul serio, senza però smettere di divertirsi. Per molti anni ho fotografato questi sport parallelamente al mio lavoro principale, durante viaggi o eventi a cui partecipavo comunque, perché non venivo pagata come fotografa. Allo stesso tempo, però, non volevo mettermi troppa pressione. Avrei potuto diventare fin dall’inizio una fotografa freelance a tempo pieno di skate, sport d’azione e outdoor? Non lo saprò mai. Ogni percorso è diverso e non rimpiango il mio. Ma alle ragazze che oggi stanno spingendo dietro di noi direi: non lavorate gratis, investite in una buona fotocamera e in due obiettivi, e fatevi avanti con le persone che rispettate e con cui vorreste collaborare. Trovate qualcosa nello sport in cui credete davvero e che vi appassioni. Non guardate sempre nella stessa direzione degli altri: è lì che la vostra creatività troverà lo spazio giusto per fare davvero la differenza.

MPB: Qual è il tuo ricordo preferito legato alla fotografia sportiva?
HB: Ogni shooting è una storia a sé, grazie agli sport e alle persone che fotografo. Ma quello che mi viene subito in mente è Long Live Livi. Era il 2019. Ero appena tornata in Scozia e, fino a quel momento, avevo fotografato ragazze e donne che praticano skateboarding in tutto il mondo, dall’Afghanistan alla Cambogia, dalla Svezia alla Grecia.
Ma questa esperienza è stata diversa. Sono stata invitata dalla regista Parisa Urquhuart a partecipare a uno shooting a soli 40 minuti da dove sono cresciuta, allo skatepark di Livingston. È lì che ho conosciuto gli Snagglerats, un gruppo di giovanissimi skateboarder che lottava per la riqualificazione del parco. Mi ha profondamente ispirata incontrare piccoli skater scozzesi, praticamente nel mio giardino di casa, così appassionati dello sport, della comunità e del desiderio di coinvolgere sempre più persone. Avevano solo sei anni. Ricordo di essere arrivata per fotografare il dietro le quinte del documentario BBC Scotland che Parisa stava realizzando. Nel giro di pochi minuti, i tre Snagglerats mi avevano già raggiunta per chiedermi chi fosse il mio skater preferito. Io avrei dovuto restare dietro la macchina fotografica, cercando di non dare nell’occhio. Ma questo non è lo spirito dello skate! Rudi, Mac e Poppie, gli Snagglerats, oggi continuano a skatare, partecipano alle competizioni e ispirano sempre più persone ad avvicinarsi a questo sport. Sono proprio loro, e persone come loro, a ispirarmi di più negli sport che fotografo. E là fuori esistono infinite storie di persone che usano lo sport come forza positiva.

MPB: Su quali progetti stai lavorando in questo periodo? C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?
HB: Sono appena rientrata da Bruxelles, dove ho lavorato a un progetto fotografico insieme alla mia amica ed ex collega di Skateistan, l’organizzazione no profit Skate for Development, Mubaraka Mohammadi. Mubaraka è una fotografa ed è oggi una rifugiata afghana che vive in Belgio. Stiamo lavorando a un progetto chiamato Home/Khana, che vuole raccontare cosa significa essere una rifugiata, dal suo punto di vista e dal mio. L’obiettivo è smontare lo stigma legato a questa parola e aiutare le persone a capire che, prima di tutto, siamo semplicemente esseri umani. Mubaraka è una skateboarder, una runner e una calciatrice, ed è proprio lo sport ad averci unite. Ma questo progetto andrà oltre lo sport, per mettere al centro la sua storia.
Inoltre, durante l’ultima stagione invernale, io e la mia amica Lesley McKenna, leggendaria snowboarder scozzese e tre volte olimpionica, abbiamo dato vita a Wandering Workshops. È un gruppo di interesse comunitario qui in Scozia, nato per offrire uno spazio sicuro a più persone che vogliono avvicinarsi agli sport outdoor e portare il proprio punto di vista. Come fotografa, il mio ruolo è anche quello di aiutarle a documentare le loro esperienze, così da poter mettere in discussione i media e la scena esistente attraverso immagini più diverse, inclusive e capaci di offrire nuove prospettive.
Entrambi questi progetti vanno oltre la semplice fotografia sportiva, anche se l’azione resterà sempre una grande fonte di ispirazione per me. La cultura dello sport offre moltissimo da esplorare: a bordo campo, nell’ambiente e nella mente delle persone che ne fanno parte. Spero di poter continuare a raccontare storie e immagini autentiche in questo mondo, contribuendo allo stesso tempo a invitare sempre più persone a diventare fotografe e fotografi in questo settore.
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